Guerrieri Fianna
Leggendo il libro "Il Vischio e la Quercia" di Riccardo Taraglio mi sono imbattuta in molte cose interessanti, molte delle quali hanno attirato la mia attenzione. Questa volta vorrei accennarvi ai Guerrieri Fianna.
La loro organizzazione è molto particolare e in molti aspetti anticipa gli ordini Cavallereschi nati nel Medioevo. Dal 1° Novembre (festa di Samhain che segnava l'inizio dell'anno celtico) al 1° Maggio (festa di BEltane che segnava l'inizio della "metà chiara" dell'anno celtinco) essi vivevano persso i villaggi, vegliavano sull'applicazione della giustizia, difendevano vedove e orfani. Dal 1° Maggio al 1° novembre, invece cacciavano i cervi e i lupi, reprimevano i brigantaggi e aiutavano a riscuotere le imposte.
Il guerriero Fianna era tenuto ad essere:
essere pacifico nella casa di un potente e minaccioso nei luighi pericolosi;
non mischiarsi in battaglia con i buffoni;
essere sempre pronto con le armi in pugno fino alla fine di uno scontro;
non rinnegare o tradire il proprio signore e non abbandonare, nè per oro nè per ricompensa; coloroche so era impegnato a proteggere;
non fare troppi discorsi vanagloriosi, perchè era disonorevole parlare con troppa superibia e non saper rendere con azioni ciò di cui ci si vantava;
cedere a ciò a che è giusto e per il suo sangue nobile a non inguiriare un popolo davanti al loro capo;
non mentire, parlare troppo o biasimare in modo avventato;
quantunque si ritenesse un uomo buono, non alimentare discordienei propri confronti;
non picchiare il proprio cane se non aveva sbagliato;
non accusare la propria moglie se non si era certi della sua colpa;
non criticare chi aveva una buona reputazione;
riservere alle donne, ai bambini che ancora non camminano ai poeti due terzi della sua gentilezza e non essere violento con la gente comune;
non frequentare le taverne, non fare pettegolezzi sulle persone anzianenè accompagnarsi a gente di bassa condizione;
non prendere parte a litigi e stare lontano da folli e malvagi;
distribuire con generosità il proprio cibo;
non accogliere uomini avari nella propria casa;
non prevaricare i capi e non essere da loro biasimato;
essere pronto a dare più che a negare.
Egli doveva farsi ricevere tra il numero dei FIlid (i poeti sapienti) dimosrando di conoscere a memoria i Dodici Libri della Poesia e sapendo comporre lui stesso versi in rima e secondo il metro dei maestri. Dopo essere stato sepellito fino alla cintola nel terreno doveva dimostrare di essere in grado di diffendersi solo con uno scudo e un bastone di nocciolo contro nove guerrieri che gli lanciavano a turbo i loro gavellotti (se veniva ferito non era accettato). Con i capelli divini in treccine, doveva correre attraverso i boschi inesguito da tutti i Fianna e se veniva raggiunto, se una delle treccie si scompigliava o se un ramoscello si spezzava sotto i suoi piedi non era accettato. Inoltre doveva saper saltare oltre un'asticella posta all'altezza della propria fronte e passare correndo al di sotto di un'asta posta all'altezza delle sue ginocchia. Doveva essere capace di togliersi una spina dal piede senza fermare la sua corsa nè ridurre la velocità. Se si sposava non poteva accettare la dote offertagli.
SI capisce quanto questo corpo fosse considerata un elite non essendo tutti in grado di superare le prove a cui venivano sottoposti. Le loro caratteristiche e le loro imprese divennero in seguito la base per tutte quelle leggende che nel medioevo ispirarono i menestrelli e i signori dei castelli europei a creare la società cavalleresca che ancora oggi è fonte di nostalgia per alcuni cuori e animi di nobili idelali.
<Fonte "Il Vischio e la Quesrcia" di Riccardo Taraglio, pagina 79/80>
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