Estratto Capitolo Uno
Negli anni, Dougal Keane aveva sviluppato una regola personale: Non andare mai all’avventura con persone che ti piacciono. Messo alle strette, avrebbe potuto modificarla in: Mai andare all’avventura con persone che non sopporteresti veder morire. Adesso, nelle profondità delle cripte sotto Divinity’s Reach, il suo desiderio si avverava. Dougal disprezzava intensamente i suoi compagni. Non gli piaceva nemmeno quello che doveva fare. Ma soprattutto, in questo momento, non sopportava il caldo soffocante delle stesse cripte.
Il torrido caldo estivo che avviluppava Divinity’s Reach in superficie, si era insinuato in profondità nelle cavità di questi sepolcri nascosti, come una pustola in una ferita. I venti dominanti che accarezzavano le entrate al cimitero dalla rupe, potevano portare via dalla città il caldo puzzo di putrefazione, ma nei serpeggianti passaggi della cripta, Dougal non aveva nessun modo di sfuggirgli. La gente portava qui i propri morti fin da prima la fondazione della nuova capitale di Kryta, e Dougal giurava di poter sentire l’odore della polvere di ognuno di essi.
Le loro esplorazioni li avevano portati in parti delle cripte che nemmeno Dougal sapeva esistessero. Ad ogni ramificazione del cammino, Clagg aveva consultato la sua cartina fosforescente per poi indicare di prendere la direzione meno battuta. Il liscio, lucido lastricato dello Skull Gate a Divinity’s Reach aveva lasciato il posto a sentieri meno calpestati, e alla fine a stanze e corridoi rimasti inviolati fin da quando i morti vi erano stati lasciati ad essiccare secoli prima della fondazione della città sovrastante.
Nonostante questo, mentre procedeva frantumando fragili frammenti di teschi di ogni forma e dimensione sotto i suoi passi decisi, Dougal ricordava a se stesso che queste cripte non erano così brutte come altri posti dov’era stato. I templi in rovina della Foresta di Caledon, o la Bloodtide Coast, dalle spiagge inondate di malevoli cadaveri dai movimenti inconsulti.
Oppure Ascalon. Mai brutte come Ascalon.
Dougal si era fermato e si strofinava l’ispida barba sul mento mentre ispezionava il passaggio ricoperto di ossa davanti a lui. Si apriva in un’ampia sala che si estendeva oltre la portata della luce della torcia. La sala era libera dalle ossa.
Questo non gli piaceva molto.
Fece segno di fermarsi, e i suoi compagni – la sylvari, la norn e l’asura, a cavallo del suo golem, quello che aveva reclutato gli altri per questa spedizione – si arrestarono subito dietro a lui.
“Cosa c’è?” scattò Clagg. L’asura era irritabile quando si erano conosciuti, e la soffocante e chiusa aria della tomba non aveva fatto niente per migliorare il suo stato d’animo.
La gente di Clagg era venuta fuori come ribollendo dalle profondità della terra più di due secoli fa, segnale premonitore del fatto che la natura di Tyria stava per cambiare. Erano un popolo piccolo con una faccia piatta su sovrasviluppate teste ellittoidali, l’ampiezza delle quali era messa ancor più in evidenza da lunghe orecchie, penzolanti nel caso di Clagg. Il colorito della loro carnagione variava tra tonalità di grigio, i loro grandi occhi erano il prodotto di una vita passata in caverne illuminate magicamente. Gli asura sono giunti sulla superficie non tanto come profughi ma come colonizzatori sicuri della loro superiorità magica e intellettuale sopra ogni razza che incontravano.
E, Dougal doveva ammetterlo, avevano spesso ragione.
Clagg era comodamente sistemato in una bardatura fissata sul davanti del suo golem, un capolavoro di pietra lucidata e dipinta e di fasce di bronzo ben sistemate. Le sue membra si articolavano su rilucenti gioielli blu magici che tenevano insieme le varie parti della spigolosa creatura senza testa senza toccarle. Una forza magica, di una magia oltre il livello al quale Dougal si sentiva a suo agio, teneva la creatura insieme. Un unico grosso cristallo sistemato fra le sue spalle intagliate faceva sia da occhi che da orecchie. La gemma dalle taglienti sfaccettature roteava continuamente nel suo alloggio, alla costante perlustrazione dell’ambiente.
Clagg lo chiamava Breaker, e sembrava più interessato al suo benessere che a quello degli altri membri del gruppo.
“Ho detto, ‘cosa succede?’” ringhiò l’asura, con un balenio di irritazione nei suoi denti da squalo. Dougal aveva visto raramente il sorriso di un asura, e non si era mai sentito rassicurato da esso.
“Qualcosa non va,” disse Dougal, tenendo la voce bassa.
“Umani,” mormorò Gyda Oddsdottir, scuotendo la testa. I campanelli d’argento intessuti nelle sue lunghe trecce gialle da guerriera tintinnarono rumorosamente. “Stanno sempre lì a ragionare, invece di agire.”, e sbattè l’enorme martello a terra davanti a lei con un tonfo rimbombante, riducendo un teschio secco in polvere.
Dougal trasalì, non alle parole della norn, ma al frastuono che aveva fatto. Con i suoi due metri e settantacinque di altezza e carica d’armi, rumoreggiava come un tuono lungo le sale, facendo più rumore del golem dell’asura. A questa figlia dei distanti Shiverpeaks incappucciati di neve non interessava chi la sentiva arrivare: voleva proprio avvertire del proprio arrivo. Nel calore delle profondità della cripta, le goccioline di sudore luccicavano sulla sua pelle carica di tatuaggi.
Anche gli antenati di Gyda erano profughi, in fuga dal potere di uno dei grandi Draghi Antichi al nord. I norn erano un popolo sano, estroverso e orgoglioso, rapidi ad arrabbiarsi ma altrettanto veloci al perdono. Da quando aveva lasciato Ebonhawke, Dougal aveva incontrato norn buoni e norn cattivi. Quelli buoni vedevano ogni giorno come un’avventura, ogni problema come una sfida e ogni nemico come una possibilità di gloria personale. La maggior parte della gente non capiva quanto pericolosi potessero essere i luoghi oscuri del mondo; i norn si godevano invece la loro esplorazione.
Gyda, tuttavia, cadeva definitivamente nel secondo tipo di norn: arrogante, critica e molto spiacevole per chi le stava intorno. Era sia prepotente che offensiva, come se qualsiasi successo altrui diminuisse il proprio. Neanche lei piaceva a Dougal quando sorrideva, comunque.
“Il pavimento. E’ troppo pulito,” disse Dougal, parlando a Clagg ma rivolgendosi in realtà a Gyda. “Niente ossa. Nessuno è stato sepolto qui.”
“E questo significa trappola,” disse Killeen, l’ultimo membro della compagnia, la sylvari, nella sua morbida voce melodiosa.
Dougal annuì. La necromante sylvari era probabilmente l’individuo più piacevole del loro variegato gruppo, se stesso incluso. Più bassa di un umano, ma non così piccola come un asura, la sua pelle era di un verde acceso, i suoi capelli più simili alle foglie di una pianta carnosa che a quelli di una donna umana. Quando si muoveva, lasciava una scia di polline dorato.
L’apparenza umanoide, come Dougal sapeva, era una menzogna. Killeen e gli altri della sua razza nascevano completamente formati dai frutti di un grande albero dal tronco bianco al sud. Non c’era calore animale nella sua carne. I sylvari erano un’aggiunta recente al mondo, l’intera razza solo un pochino più vecchia di Dougal stesso, ma si erano già diffusi in lungo e in largo, come un’erba infestante. Killeen possedeva tutte le caratteristiche attribuite alla sua razza: era onesta, diretta e determinata. In molti aspetti era migliore di molti umani che Dougal conosceva.
Questo forse era quello che metteva maggiormente a disagio Dougal.
Killeen accettò subito l’affermazione di Dougal come vera, Gyda, invece, grugnì, “Penso che tu stia solo cercando di farci perdere tempo.”
La sylvari ignorò Gyda e disse, “Cosa pensi che la faccia scattare?”
Dougal guardò la norn. “Non il rumore. Forse le vibrazioni, o forse il peso.”
“L’umano ha probabilmente ragione,” Clagg disse, seduto nella relativa sicurezza della sua bardatura corazzata. “Immagino che persino un cieco a furia di scavare possa trovare un diamante un giorno.”
L’asura armeggiò con la fila di cristalli sul bordo anteriore della sella, poi annuì. “Ah, sì. Ecco qua. Rozzo, ma efficace.”
“Cos’è?” Dougal odiava fare quella domanda. Sapeva che l’asura non aspettava altro che un’ulteriore ragione per dimostrare quanto fosse brillante. Per un asura, le altre razze del mondo esistevano principalmente per sollevare carichi pesanti, correre rischi e fare domande stupide.
“Se uno solo di noi fosse abbastanza stupido da entrare dentro quella stanza,” disse Clagg, scandendo ogni sillaba, “innescherebbe un’esplosione letale che potrebbe uccidere tutti i presenti.”
Gyda borbottò come se nessun esplosivo, magico o non, potesse rallentarla. Tuttavia, Dougal notò, I piedi della norn stavano ben piantati dov’erano.
“Se è una trappola, Dougal non può disattivarla?” chiese Killeen. “Non è per questo che lo abbiamo assunto?”
Da tutti gli altri, un tale commento sarebbe stato carico di sarcasmo e bile. La sylvari, tuttavia, intendeva solo cosa aveva detto. Era per questo, infatti, che faceva parte della spedizione: la sua conoscenza. Delle trappole. Della storia. Di come era il mondo una volta.
“Mi ha assunto per la mia esperienza nel recupero di potenti artefatti,” disse Dougal.
A Gyda sfuggì una prodonda risata. “Nel derubare tombe, intendi.”
Dougal la ignorò. “Qualcuno ha qualcosa di utile da aggiungere?” chiese Dougal.
“Testa di petalo ha ragione,” disse Clagg, rigido come il preside di una scuola, “Ti abbiamo portato con noi per quello, umano. Sappiamo dov’è la trappola. Ora occupatene.”
Dougal si abbassò a raccogliere un teschio, cercando di non pensare che potesse essere un suo antenato. Mirò a un punto in mezzo alla stanza e toccò il lucchetto portafortuna sotto la camicia. Quindi scagliò il teschio nella stanza.
Niente. Lanciò un altro teschio in una zona diversa. Ancora niente. Ne lanciò un terzo.
Gyda roteò gli occhi per sottolineare l’inutilità della cosa e si mise spazientita con le sue grosse braccia conserte. Clagg scuoteva la testa come se Dougal fosse stato un bambino confuso.
“Non scatta con il rumore,” disse Dougal. “Neanche con le vibrazioni o con il movimento. Rimane solo il peso. Dovremmo mandare dentro qualcosa di pesante.” Guardò Gyda.
“Non farò da test per te,” disse la norn a voce bassa, la faccia rabbuiata.
“Beh, allora il golem,” disse Dougal.
“Suggerimento scartato,” scattò Clagg, “Non ho costruito Breaker dal nulla solo per vederlo esplodere in mille pezzi. Questo è un tuo problema, umano.”
“Ti preoccupi di più per quella statua ambulante che per il resto di noi,” disse Gyda.
“Falso,” disse l’asura. “Ho solo investito meno in voi che nel golem.”
Killeen si illuminò, gli occhi brillanti di un verde pallido. “Forse posso fare qualcosa”
La sylvari, a mento basso, si concentrò su una distesa di ossa sul lato sinistro del passaggio. Agitò le braccia e le dita in uno schema complesso e pronunciò parole che facevano girare leggermente la testa a Dougal. Un bagliore verdastro si formò nella parete di ossa per poi fondersi intorno a un insieme di resti delle dimensioni di un uomo.
Mentre Dougal guardava, le ossa si staccavano dalla zona circostante e si riunivano in uno scheletro coerente. Il bagliore verde scuro, piuttosto che tendini e nervi, lo teneva insieme. La parte destra del teschio era stata sfondata, e la mascella mancava, cosi come mancava la parte inferiore del braccio destro che terminava in un paio di spuntoni frastragliati. Lo scheletro stava di fronte a loro con l’atteggiamento di un servo davanti a suoi superiori.
Dougal rabbrividì mentre Killeen sorrideva soddisfatta alla creatura. Fece un nuovo gesto, e lo scheletro cominciò a trotterellare incespicando lungo il passaggio verso l’altra stanza.
Dougal alzò lo sguardo al soffitto ricoperto di ossa e ricordò a se stesso che ci dovevano essere pietra e terra lassù da qualche parte dietro i resti – che non si stavano muovendo attraverso un tunnel scavato dentro soltanto una montagna di ossa. “Aspetta,” disse, muovendosi verso Killeen mentre lei sorrideva al modo in cui la sua creatura se ne andava via trascinando i piedi. “Dovremmo tornare indietro e prendere —”
L’esplosione lo interruppe. Lo scheletro animato scomparve in una nuvola di fiamme e fumo.
Dougal si accucciò e mise le braccia sulla testa mentre una cascata di frammenti di ossa gli cadeva addosso, per poi rimbalzare rumorosamente sul pavimento. Una scheggia volante del loro aiutante animato si piantò nella tunica di cuoio pesante di Dougal per rimanere lì come la zanna di un non morto.
Dougal si also e vide Clagg guardare con attenzione nella caverna, arricciando le labbra. “Grossolano,” disse l’asura. “Ma efficace.”
Gyda si fece largo scostando Dougal e si mise a ridere. Mentre entrava a grandi passi nella stanza, sorrise al segno di bruciatura dove stava prima lo scheletro. “Ben fatto, arboscello,” disse a Killeen. “Almeno ti stai guadagnando la paga.”
Dougal sbattè le palpebre all’implicito insulto. Al resto del gruppo lontano disse, “Dobbiamo sbrigarci. Potrebbero volerci minuti o giorni perchè la trappola si resetti. Potrebbe essere anche ad uso singolo, ma non abbiamo modo di saperlo.”
Ora Gyda si mise a ridere. “In realtà vuol dire, ‘Grazie, sylvari, per aver fatto il mio lavoro.’”
Le guance di Killeen si colorarono di un verde più scuro. “Le mie scuse,” disse a Dougal. “Non volevo rubarti la scena. Ho solo rimosso la trappola senza far male a nessuno.”
Dougal fece una smorfia. Non metteva in dubbio la sincerità delle sue scusa, ma quello lo faceva sentire ancora peggio. Disse, forse non gentilmente come avrebbe potuto, “Avresti potuto avvertirci un po’ prima, o darci il tempo di indietreggiare fuori dalla portata dell’esplosione. Così come è stato, avresti potuto farci crollare il soffitto addosso.”
“Capisco,” disse Killeen, pensierosa per un attimo. “Non avevo intenzione di mettere in pericolo la nostra missione.”
“Naturalmente no,” disse Dougal, sentendosi male per averla rimproverata. Nonostante tutto, non poteva far a meno di apprezzare la sua sincerità.
“Forse è a causa della meraviglia di questo posto,” disse la sylvari, alzando di nuovo il mento. “E’ affascinante. Per la mia gente, la morte è parte integrante della vita. La veneriamo in tutto, persino nei suoi aspetti più oscuri. Ma non la capiamo completamente—ancora.” Diede uno sguardo intenso per la stanza, gli occhi spalancati dallo stupore. “E anche detto questo, non costruiremmo mai un monumento del genere ad essa.”
“Non è un monumento per i morti ma piuttosto una testimonianza per i vivi,” Dougal disse gentilmente. Sentiva la sua irritazione abbandonarlo gradualmente—verso di lei, almeno. “Andiamo.” Poi, a voce più alta agli altri: “Stiamo più attenti andando avanti. Dovremmo vedere altre trappole come questa.”
“Sei proprio una vecchietta, umano,” Gyda grugnì. “La mia bisnonna Ulrica non esiterebbe come te, ed è morta da sette anni.” Diede un calcio a un mucchio di ossa e alzò una torcia davanti a sé. “Ti preoccupi troppo. Come sarebbe la vita senza pericoli?”
“Più lunga,” disse Dougal.
Seguì la norn mentre avanzava lungo la stanza esplosa e nelle sale oltre. Aveva lavorato con altri norn prima. Erano straordinari in molti aspetti, ma i norn bulli erano come i bulli di ogni altra specie. Le sbruffonate di Gyda volevano nascondere una qualche altra mancanza. Dougal non menzionò la riluttanza stessa della norn ad entrare nella stanza con la trappola, nonostante le sue vanterie.
“Mah. Una vita del genere sembra solo più lunga, come un pasto insipido,” concluse Gyda. Mentre Dougal la seguiva, notò che l’aria era diventata leggermente più fredda. Una volta tutti dentro la sala successiva, sia lui che la norn alzarono le torce. La luce rivelò qualcosa di spesso e grigio che penzolava fra le ossa alla sommità del soffitto ad archi della stanza.
Dougal also una mano per ripararsi gli occhi dalla torcia e scrutò attentamente la sostanza. All’inizio pensò si trattasse di muschio, ma improvvisamente gli fu chiaro cosa fosse.
Ragnatele.
Dougal imprecò. Gridò un avvertimento, ma il grido acuto di Killeen dietro di lui lo interruppe. Si voltò in tempo solo per vedere la sylvari scomparire in un buco nel terreno.
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